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LA PAURA DELLA VOCAZIONE

...Moltissimi, diciamolo pure, senza paura di esagerare, quasi pensano alla vocazione come alla perdita della propria libertà mentre è nettamente il contrario, cioè il conseguimento totale della propria libertà: quella di essere ciò che si vuol essere, in un servizio d'amore.
Quando Dio viene a noi, viene sempre per chiamarci a sé e farci partecipi della sua divinità. La vita di ognuno di noi è un atto d'amore di Dio, è una chiamata cioè una vocazione. Infatti con la nascita Dio ci chiama alla vita: è questa la vocazione cristiana; e ci incorpora nella Chiesa chiamandoci ad un servizio sociale: è questa la vocazione ecclesiale.

Non è vero che la vocazione riguardi solo qualche privilegiato o sia riservata ad alcuni livelli di perfezione. La vocazione riguarda tutti.

Non è vero che dobbiamo temere di parlare di vocazione, quasi si tratti d'un tranello più o meno camuffato. Se essa è basata sulla stessa vita umana e cristiana, da sola riassume questi doveri e privilegi che riguardano tutti.

Non è vero che la vocazione consista in un "sì" detto una volta e poi basta perchè tutto è fatto, come un dono, un libro che quando è stato dato, tutto è stato fatto. La vocazione, proprio perché è legata ad un movimento vitale e ad un Artista divino sempre in azione, per questi due motivi, gode di perennità di sviluppo, di crescita e quindi di nuovi "sì". Questo, si ricordi bene, a tutti i livelli: umano, cristiano, matrimoniale e religioso.

Non è vero che i cicli di vocazione siano come dei mondi staccati, sono invece nella stessa comunicabilità di sviluppo, perchè raccolti nella stessa dinamica e nella stessa unità di vita.

Neppure è da pensare che percorso un gradino o livello (per es. la vocazione umana) ci si ummetta in quella cristiana lasciando dietro come ormai superata la stessa vocazione umana.

No. Sono invece tre reparti che crescono insieme. In altri termini: non si è mai finito di completare la propria vocazione umana nè la propria vocazione cristiana nè quella ecclesiale.

Non è vero che una vocazione debba svilupparsi con un senso di competitività con l'altra e tragga la sua consistenza per un senso di disgusto per l'altra via (per meglio intendersi, che uno mostri i segni veri della vocazione religiosa perchè ha disgusto per la vocazione matrimoniale). Non si afferma ne si costruisce un valore solo col metterlo in opposizione o in contrasto con un altro.

Non è giusto esitare, trepidare a fare una scelta conclusiva perchè si teme sempre di non possedere tutti i requisiti e si ha sempre paura di doversi sbagliare. Infatti Dio, che ha portato a quel punto e a quella scelta, farà Lui il resto! Egli è sempre colui che inizia un'opera e la porta a termine.

Non è affatto giusto, quindi, pensare che la vocazione al servizio di Cristo e della Chiesa, cioè che il dovere di vivere Cristo-oggi sia un dovere ed un privilegio che riguarda solo i preti e le suore, e che per gli altri ci sia solo la vocazione al mondo, come se per questi altri il Cristo fosse solo un personaggio mitico, da venerare e da pregare.

Il mondo intero, nel disegno di Dio, ha ricevuto la vocazione specifica e categorica alla santità, cioè a seguire Cristo, anche se con modalità e livelli diversi.

... La convinzione di questa realtà ci porta logicamente alla coerenza, radicata nello spirito, che la propria vita è vocazione che dal buio della notte umana ci immerge nella luce meridiana della Grazia, che è Dio in noi.


LETTERA DEL PADRE DA "IL FARO" AGOSTO '72, pag. 147